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Jean Van de Velde

Quelle emozioni uniche del golf. Carnoustie remember?

I pantaloni arrotolati sopra il ginocchio, i piedi nell’acqua del Barry Burn a pochi metri dalla bandiera, il viso stravolto e una decisione da prendere in pochi istanti sotto gli occhi del mondo. Giocare quella palla appoggiata venti centimetri sott’acqua, o rimetterla in gioco fuori dall’ostacolo con un colpo di penalità?

 

Per Jean Van de Velde, giovane francese di grandi speranze, il momento peggiore di una vita di golf. Un’immagine che nessuno può dimenticare. Un giorno infame, anzi, una buca infame al termine di una giornata quasi perfetta, l’ultima di una settimana addirittura magica. Con i suoi tre colpi di vantaggio, non gli restava che giocare la diciotto per conquistare il titolo in assoluto più antico e più ambito, quello dell’Open Championship. Invece, ancora una volta in quell’estate del 1999, l’ultima parola è toccata a lei. Eppure ha un nome rassicurante (tutte le buche hanno un nome in Scozia), si chiama Home la mitica diciotto del tracciato di Carnoustie, un links battuto dal vento sulle dune di sabbia lungo la costa orientale. Quando la vedi per la prima volta non c’è nulla che ti colpisca più di tanto, non la bellezza, non la spettacolarità, non un elemento dominante se non il grande albergo bianco sullo sfondo. Utile almeno, perché uno dei suoi comignoli è il punto di riferimento ideale per allinearsi correttamente sul primo colpo. 406 metri, neanche così lunga. Eppure, senza dare spettacolo con elementi plateali, la sua lezione di golf è di gran lunga la più intrigante, sottile, seducente che un giocatore possa affrontare. A dettare le condizioni è un insignificante, ma tristemente famoso, fiumiciattolo che si chiama Barry Burn e che già entra in gioco nelle due buche precedenti. Qui dà il meglio di sé, tagliando la buca con anse sinuose per ben due volte, prima di comparire ancora davanti al green. A questo si aggiungono l’out a sinistra, il fairway stretto, il rough alto fino alle ginocchia e, ben piazzati, i profondi bunker tipicamente scozzesi (alle origini del golf, che è nato proprio qui, erano buche dove le pecore si riparavano dal vento). Strategia innanzitutto. Bisogna pensare, riflettere, piazzare la palla nel posto giusto, magari saper rinunciare. Cosa che non ha fatto quel giorno Jean Van de Velde, ed è finita proprio male. Aveva tre colpi di vantaggio e aveva tirato un tee shot perfetto, poi una serie di errori fatali. Doveva giocare il secondo prima dell’acqua e invece ha tirato al green. Quindi è finito nell’erbaccia, poi nel Barry Burn dove si è spogliato e rivestito, poi nella sabbia. Totale sette colpi, pareggio, e playoff perso poco dopo. Un dramma scandito dagli urli del pubblico alternati ad applausi di incoraggiamento. Imbarazzante, emozionante, frustrante. Lo chiamano Carnoustie effect, uno stato di shock mentale e psichico nel confrontarsi con una realtà che si rivela tanto diversa dalle aspettative. Una buca è davvero grande quando regala emozioni, quando sfida i più forti nelle occasioni che contano e nelle condizioni più estreme riservate ai massimi tornei, quando è capace di scrivere pagine di storia. Anche infami.
Ora Home sta per tornare in scena insieme al 147esimo Open Championship (19-22 luglio), per l’ottava volta ospite della cittadina scozzese sulla costa orientale del Paese, dove a golf si giocava già nel 1527, prima ancora che a St. Andrews. Quello di Carnoustie è uno dei dieci circoli più antichi del mondo (1842). A fine Ottocento il terreno fu venduto dal proprietario alla città di Carnoustie. Allora erano dieci buche che, con la nuova ferrovia, diventarono frequentatissime con ospiti in arrivo anche da Edimburgo. Occorreva un restyling importante: così nel 1867 fu il leggendario Old Tom Morris a metterci mano portandolo a diciotto buche, ridisegnate più tardi (nel 1926) dal famoso architetto James Braid. Ma dopo il primo Open Championship – vinto nel 1931 dal grande Tommy Armour – le ultime tre buche erano sembrate un po’ deboli, non all’altezza: a ridisegnarle ci pensò un signore locale di nome James Wright, producendo quello che è considerato da tutti il finale più difficile in assoluto nel golf. Chi gioca oggi a Carnustie, affronta la stessa sfida di ottant’anni fa. E poiché si tratta di un public links, chiunque ha l’opportunità di giocare il campo dell’Open. Gli americani lo chiamano Car-nesty per la sua cattiveria, in assoluto il tracciato più difficile dove si gioca questa gara. Oltre a Tommy Armour (1931), lo hanno domato vincendo l’Open, Henry Cotton (1937), Ben Hogan (1953), Gary Player (1968), Tom Watson (1975), Paul Lawrie (1999) e Padraig Harrington (2007).

Silvia Audisio

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Silvia Audisio
Giornalista per passione del golf, un percorso al contrario.
Dall’università di lingue alla moda milanese indossata e venduta, ai tessuti, ma sempre con la sacca in spalla macinando buche su buche. Da Genova dov’è nata, a Milano dove abita, a Biella dove ha tirato i primi colpi a cinque anni. E poi nel mondo per una partita senza fine, con il cruccio di non aver mai fatto hole-in-one e quello di vedere il golf, in Italia, ancora tanto distante dalla gente. Ma ne parla e ne scrive con fiducia. l Golf a test è l’ultimo libro, domande e risposte per capire il gioco. Ha diretto per 12 anni la rivista Il Mondo del Golf, aperto uno studio di comunicazione, vinto un premio dell’unione stampa sportiva e, per cinque anni, ha curato il magazine del Corriere della Sera, Style Golf. Scrive per Style, Dove e La Gazzetta dello Sport. La cosa più bella? Veder giocare i bambini. Certo nel suo circolo, dove partecipa all’organizzazione delle loro attività.